domenica 26 marzo 2017

BALDOVINO

BALDOVINO
 gatto oriundo della Persia. Lui non era un mio nemico giurato come vuole la tradizione popolare. Soltanto un pochino, in principio, ci fu qualche segno di intolleranza ma che poi col tempo andò appianandosi non so se per pigrizia o per tacito armistizio. Tuttavia la nota prassi sul binomio gatto-topo si svolgeva regolarmente tutti i giorni ma in toni diversi. La stessa pratica divenne l’unico modo di vivere insieme senza sbranarci. Lu mi dava la caccia in continuazione e io gli sfuggivo perche dovevo fare il topo. A volte mi propinava certe zampate da farmi ruotare come una trottola e poi restava in attesa, finita la giravolta,di godersi la mia fuga precipitosa verso la tana. Per non dire quando mi tratteneva la coda con la zampa per poi, vincitore, lasciarmi libero. Spesso gli finivo gli avanzi della sua ciottola e, a volte avevo la sensazione che me li lasciasse di proposito.
Pensai che in fondo gli piacevo. Un giorno, gattone Romeo ha deciso di espatriare definitivamente, non so dove, non ha lasciato ne’ indirizzo ne’ recapito né niente.  Defilato all’improvviso. Ho anche pensato che io per gioco, forse lo infastidivo e lui mi abbia frainteso, così lui se ne è andato alla chetichella. Ahimè, gatto Romeo mi piaceva e soprattutto era morbidissimo quando gli dormivo sopra. Speriamo che torni! Qui non gli mancava niente: di topolini era pieno l’orto, e ci avevamo anche un gazebo per dormire e pasti assicurati ogni giorno e la notte..la notte c’era anche un club pieno di amici e anche stranieri, persiani, siamesi, soriani angoriani e quant’altro. Ricordo che quando rientrava dai bagordi era sempre un po’ alticcio e si infilava dritto dritto nel suo lettuccio ed io con tenerezza gli riallisciavo il pelo tutto scomposto. Ora che sono rimasto solo e senza amici mi son fatto una password nel PC di casa e chiedo notizie a tutti e a ‘’Chi l’ha visto? ‘’ Mi tiro foto e gioco col mouse che non è un topo di quelli che si acchiappano e poi si mangiano, è un topo tecnico, istruito e laureato immagino, ma non commestibile.  Sentendomi molto solo, praticamente orfano, ho deciso di dare una svolta alla mia vita, ho trovato un buco e mi ci sono infilato per ispezionarlo. Completamente fradicio e imbrattato di polvere e  calcinacci ne ho raggiunto  finalmente l’uscita. Davanti a me uno stanzone tutto scaffalato pregno di cartaceo. Siccome ero stanco, mi sono sdraiato sopra un libro ammuffito per riprendere fiato. L’odore era buono e l’ho rosicchiato un po’ per inerzia un po’ per abitudine.  Ma durante la masticazione di quelle parole ho pensato alla linea nel caso decidessi di tornare indietro da quel buco, così presi a considerare tutti i punti e le virgole come piccole pause tra un boccone e l’altro per non caricare troppo lo stomaco e mantenermi agile per ogni emergenza. Li per li scoprii che anche le consonanti e le vocali avevano sapori diversi. Mentre consideravo tutto questo, ogni tanto ripensavo a Romeo, mi mancava! E in quella solitudine immensa tutta per me, all’improvviso ho capito che quando lui mi punzecchiava era perche io ero stupido. Solo che allora non lo sapevo. Finito quel libro che avevo ormai ridotto in poltiglia, andai alla ricerca di un altro giaciglio cartaceo. Ora però avevo più esigenze. Mi prese voglia  di libri casalinghi, magari di ricette  o storielle. Non mi fu difficile trovare quello scomparto, che riconoscevo dalle copertine colorate. Ne avvistai uno in alto in alto, comodo anche per la visuale panoramica completa, nel caso di intrusioni di qualunque genere. Stavo diventando guardingo e riflessivo,  le parole che masticavo le assaporavo bene in bocca non solo per sentirne il gusto ma anche per catturarne il significato. Una volta sono incappato in una frase di un certo signor Einstein che mi colpì particolarmente, suonava così :     l’uomo ha scoperto la bomba atomica però
nessun topo costruirebbe una trappola per topi. Perbacco! Squittii e fui subito preso da ammirazione per questo signor Einstein così incisivo, e  sentendomi  poi  anche chiamato in causa  per l’allusione alla nostra categoria di cui ero un esemplare, cercai di figurarmelo anche fisicamente e lo immaginai con la fronte ampia, gli occhiali spessi e i capelli scompigliati causa il vortice di pensieri geniali.  Nello scaffale affianco notai un altro titolo che mi sembrò allettante, lo raggiunsi con un salto.  Toponomastica dei fori romani  Eccitatissimo ma anche un po’ ingannato dalle analogie dei termini, presi a rosicchiarlo con grande interesse.       I fori romani! Chiese, sotterranei, catacombe, tutte piene di fori!  Pensai a quanta fortuna avevano avuto i sorci dell’epoca e che vita quei miei antenati, tra imperatori, gladiatori e quel tale Nerone.. A giudicare  dai fori numerosissimi dedussi che la densità dei piccoli abitatori miei simili doveva essere notevole e, certamente non c’era carestia di alloggi. Confesso che, di primo acchito, per via della parola composta, avevo equivocato nella lettura del titolo e avevo pensato alla ricorrenza sul calendario del proprio nome di battesimo cui poi seguivano i festeggiamenti secondo l’uso. L’onomastico insomma!  Così ebbi un attacco di tristezza per la totale assenza di amici e vomitai tutte le lettere e, ricomponendole  ne afferrai la giusta interpretazione come da sopra scritto. Ad ogni modo questo  ‘qui pro quo’  mi servì a non essere troppo impulsivo e più attento ai bisensi. (alla semantica)  Preso da una curiosità incontenibile, saltavo da uno scaffale all’altro, sentendo che con questa ginnastica smaltivo il cibo che assumevo e lasciavo posto alle nuove masticazioni che erano si,  di nutrimento allo spirito ma, talvolta mi soffermavo a pensare ad altri cibi del passato e soprattutto ai teneri avanzi nella ciottola di Romeo con stringente nostalgia. Quando mi assalivano questi ricordi, mi rendevo conto di avere ancora un cuore pulsante e che , questa mia attività, sia pure intelligente, di frugare nelle cose del mondo, in fondo non era che una copertura ai miei stati d’animo, alla consapevolezza di essere semplicemente un topolino da biblioteca, mentre il mondo dei miei simili si svolgeva altrove. Altresì sapevo anche che questi momenti erano spesso l’effetto delle letture dei testi di filosofia, di Kant, Cartesio, Kirkegord e quel pessimista di Schopenhauer  e Pascal e Platone e quest’ultimo che, relegato nella sua caverna, vedeva passare, come la proiezione di un film a tre dimensioni, l’idea del mondo. Per sottrarmi ai momenti di malinconia, conoscevo un infallibile antidoto: trasferirmi nel settore della matematica e della fisica. Pitagora  mi seduceva coi suoi seni e coseni e il suo più famoso  teorema che sviluppò un giorno nella sala d’aspetto del suo maestro Policrate, osservando una piastrella quadrata nel pavimento che appariva filata lungo la diagonale e che tolse la pace a milioni di scolari della scuola media. Ma anche Archimede il brillante fisico che uscì nudo dalla vasca da bagno e si mise a urlare nelle strade di Siracusa : Eureka! Eureka! Lui, che chiese una leva per sollevare il mondo. Per non dire di Talete con la sua fissa per le ombre che usava al posto del metro. Geniali!                                                          Molto bello e affascinante il mondo descritto nei libri, frutto di studi assidui, coltivati con passione da chi vuole mettere a disposizione di tutti la propria scoperta e la propria ricerca. Grande l’apporto alla conoscenza dai più dotati di genialità, uomini speciali che hanno rivolto la mente e lo sguardo aldilà dei suoi confini. Cervelli fini che ci aiutano a vivere con consapevolezza la realtà che ci circonda. Un faro in questa meravigliosa alchimia che è il mondo. Queste le considerazioni, soprattutto la notte, quando al silenzio della sera si aggiungeva quello solenne dei libri. Ma al ridivenire della luce, le cose appaiono più raffazzonate, meno mistiche, a giudicare dai rumori e gli schiamazzi che mi giungevano dalla strada. Dietro la saracinesca metallica, risuonavano le pallonate e i sassi scagliati contro i vetri delle finestre. Il silenzio di tutte quelle opere scritte avevano un contradditorio che proveniva dall’altra realtà quella del tran-tran quotidiano, l’ordinario vivere. Ricordo di aver letto da qualche parte che ogni medaglia ha il suo rovescio. La legge degli opposti.                                                        
Pioveva a dirotto un giorno, dai vetri vedevo illuminarsi il cielo di lampi e il frastuono dei tuoni faceva tremare l’ambiente e svolazzare le pagine dei libri. Conoscevo, per averli letti, questi fenomeni naturali, ma la manifestazione reale degli stessi mi sconvolse. La teoria si rivelò ben diversa dalla realtà in opera.           
Io non ero mai sceso nel pavimento del locale, mi limitavo, come ‘’Il barone rampante’’a muovermi sugli scaffali posizionati sulle pareti a circa un metro e mezzo da terra. Non scendere mai  era stato il mio proposito iniziale. Ma quell’acqua che filtrava da sotto la saracinesca mi indusse a scendere per abbeverarmi perche la disidratazione cominciava a produrre i suoi effetti sul mio corpicino. Fu allora che mi accorsi di non essere solo in questa avventura : Una topina spaventata guizzava su e giù disorientata. Fu a questo punto che la mia vita di topo edotto prese un’altra direzione ancora sconosciuta : quella di topo innamorato! Il seguito fu di una nidiata di topini che guidavo all’istruzione e che mettevo in fila compatta a seguire le lezioni e una madre premurosa pronta a stimolarli all’attenzione.                                                                                                               
Certo, ora la vita aveva assunto un’altra dimensione, la famiglia è sempre un impegno importante e dovevo tener d’occhio i ragazzi e la loro educazione, ma non trascurai mai le letture.                                                                                                      
Non avevo segreti per Faby, cosi gli raccontai della mia vita di prima di scegliere la solitudine dei libri, quando ero un semplice topo domestico, ignorante e irresistibilmente spensierato. Allora bastavo a me stesso e Romeo, il caro dolce Romeo rappresentava il mio piccolo mondo a nascondino. Niente e nessuno poteva scalfire questa favola vera che avevo vissuto di ‘’ persona personalmente’’come era solito dire il poliziotto Catarella nel ‘’il commissario Montalbano’’ nel suo siciliano d’oc. quando ogni martedì guardavamo la TV, ignari i padroni di casa, della mia presenza clandestina, sepolto come ero sotto l’ascella pelosa  di Romeo, complici e felici insieme. Ma ogni volta che accennavo a questi ricordi, avevo la sensazione che lei, pur ascoltando in silenzio, non gradisse le rimembranze del mio passato, anzi ne apparisse assai turbata. Mi preoccupai naturalmente e, decisi di scoprire quale corda del suo intimo  andavo a toccare con i miei racconti. Mi avvalsi allora dei testi di ‘’ Psicoanalisi’.’ Sigmund Freud mi fu di grande aiuto. La sua teoria consisteva nel far riemergere nella mente del paziente il trauma subìto e portarlo alla liberazione dei ‘fatti’ repressi. Una sorta di rimozione e rivisitazione serena degli stessi. Mi misi allora, di buzzo buono, a fare il medico improvvisato, animato come ero dal grande affetto che nutrivo per lei. Raccolte dal testo tutte le istruzioni per l’uso, instaurai all’uopo, lunghe chiacchierate con Faby e, un po’ alla volta venni a capo del suo problema di fondo. Perbacco! Squittii durante una seduta, qui gatto ci cova! E mi senti vicinissimo all’origine del qui bus. Un bel giorno Fabiola, sputa che ti sputa il rospo, cominciò a sentirsi alleggerita dal macigno che la opprimeva.                                
Dal nostro dialogo, mi resi conto che lei aveva avuto un altro vissuto in materia di felini, conservava ricordi drammatici nel suo inconscio. Quando viveva per strada spesso veniva aggredita dai gatti randagi che la costringevano a fughe precipitose. Spesso non trovando di meglio, si doveva infilare nei tombini maleodoranti delle strade e cercarne poi di rivenirne fuori gronda di melma e altre schifezze. Solo nell’ultima disperata fuga ebbe la fortuna di trovare il provvidenziale buchetto tra il muro e la saracinesca che la portò qui dentro e permise a me di incontrarla, o forse fu proprio questo il prezzo del lieto fine?                                                                           
A me restava il compito di riabilitare la reputazione dei gatti, ma questo sarà un capitolo a parte che prima o poi vaglierò consultando i libri specifici o forse più filosoficamente chiuderò il discorso con un laconico: ‘C’est la vie’                             
Pur senza pretendere il cervello di Einstein, io ci ho provato a capire le cose, e questo ho capito : che la lettura è una chiave che apre molte porte.                             
                                                                                                                                                                                 
                                              
 Baldovino                                                                    Romeo                                                                          




gabri                                                               

domenica 11 dicembre 2016

BUONGIORNO

BUONGIORNO
4 / 5 / 2016
Ho appena lasciato il letto ed esaurito il sonno. 
Guardo fuori mentre sorseggio il caffè :
 
Il sole cammina sulle punte e la luce metallica illumina 
le strie argentee delle lumache fuori dal guscio

lunedì 31 ottobre 2016

NOTTE INSONNE


sulla piazza,S'è invaghita della mia                                       fontana prediletta e ammicca e scintilla tra le gocce sospese. .
                          . Rari passanti,ignari,vanno di fretta nel silenzio della mezzanotte.
                           Un foglio bianco, sopra il mio tavolo ,attende l'inchiostro. Ma che cosa posso aggiungere io a quel che                                 vedo? Tutto il plausibile è lì che pare fermo nella notte, con la sua semplicità eterea. Si, la luna tremula                                 un  po per via del suo moto naturale,lento e impercettibile che viaggia verso il mattino.     
 
       
Il sentimento è di dare un altro senso a quel che guardo ed esprimerlo e tramutarlo in parole sul foglio, dare un senso diverso a quella realtà così essenziale,impenetrabile, troppo uguale al vuoto compiuto.
Si può dare un volto,un espressione al vuoto? Qualcosa devo pur raccontare al foglio, è lì che aspetta e non vuole andare in bianco.. Ma, se prendo l'avvio, è fatta! Questione di tempo.
E, l'ansia della solitudine supererà presto il suo confine e popolerà di fantasmi il suo deserto.Le biblioteche sono piene di fantasmi:
Scrivere ti da eternità ti consegna agli eredi ,ti ricorda ai presenti;scrivi per non scomparire nel nulla proprio lì dove vagavi ignorata, data per scontata.....Il vuoto non è mai vuoto,ha mille facce,una di queste voglio tradurla in parole,e questo foglio che era bianco ha ripreso colore: il colore dei pensieri .

domenica 9 ottobre 2016

SANGUE E URINE

SANGUE E URINE                                                                                                                                                        
IERI lunedì  3 ottobre.  La giornata racconta.                                                                                                                                                                  
Ore 6 e 30, suona la sveglia che ho predisposto ieri sera. E’ il giorno delle analisi che mi ha prescritto il mio medico curante : Sangue e urine .                                                     Non mi sento un toro quando ho questi appuntamenti. .                                                 1° Regola : niente colazione, stomaco rigorosamente a vuoto, e neanche un pallido sussidio di caffè.                                                                                                          Mi svesto e rivesto a memoria. Alle 7 e 30 esco di casa, la strada è breve.                      Il laboratorio delle analisi apre alle 8 ma quando arrivo c’è già il pieno,due rampe di scale affollatissime; mi chiedo se erano già lì da ieri, mah !                                              Mi faccio spazio per salire a prendere il numeretto indicatore di turno : 192, prima di me 35 utenti. Inaudito!                                                                                                 Un colpo d’occhio mi informa che non c’è un posto a sedere,ma l’udito,un secondo dopo,mi informa diversamente,questione di nano-secondi,vibra nella stanza un suono din-don che annuncia il numero di turno, contemporaneamente il rumore di una sedia smossa ha un significato unico, la destinataria del numero si alza ed io fulminea, mi precipito a confiscargli la sedia già avidamente puntata da una decina di aspiranti che ora mi squadrano come se gli avessi usurpato il trono. C’est la vie’ sussurro un tantino rammaricata per loro.                                                                                                   Da seduta le prospettive cambiano un po’, non mi resta che distrarmi per ingannare l’attesa; la pressione che sento in calo,apprezza il sollievo della posizione di riposo ma lo stomaco si ribella, i villi intestinali,senza alcun supporto alimentare da aggredire e acquetarsi lavorano a vuoto. Devo distrarmi in qualche modo. L’attesa sfibra i nervi . Tiro fuori dalla borsa il libro: Il ritratto di Dorian Gray . L’avevo lasciato quando in cantina scopre il suo ritratto deturpato dagli eventi e dalle varie fasi del suo crepuscolo La raccolta dei suoi stessi grafici sono impressionanti. Involontariamente il tema è in tema! Eccoli i volti davanti a me: E’ l’esercito dei ‘non paganti’ i ‘Tiket esenti’ ben distinti dall’altra umanità quella pagante, vietata la mescolanza!                                       Gli ‘’Over sessanta’’:  rughe copiose,foreste di simboli dell’informazione genetica         l’albero della vita nella sua evoluzione fisica ed estetica. ..                                             E’ la sintesi del tempo vissuto che mi si propone sotto i miei occhi.                                Ho un leggero capogiro,una vertigine al pensiero di appartenere allo stesso ‘purgatorio’.Una sorta di Armata Brancaleone in chiave moderna: la fiera dei consumati dagli insulti del tempo.                                                                                              Lo so, ci sono altri modi di guardare,magari con più benevolenza, ma oggi no, la predisposizione è diversa. Davanti a me una signora ha smarrito le labbra chi sa dove e una fessura tradisce  l’assenza dei denti. Di non lontano ne vedo un’altra, gli scivolano i seni sino all ombelico e dintorni e, praticamente ignara del prodotto esterno lordo, tiene una accesa discussione sulle tasse che il Comune di appartenenza gli ha appioppato ingiustamente. L’interlocutore ascolta educatamente ma è un po’ fuorviato dall’oscillazione di quella massa corporea,contemporaneamente sposta l’eccesso di pancia che impedisce la viabilità a un infermiera che trasferisce delicato materiale medico altrove. Un ragazzino che circola in mezzo ai nonni insegue un aeroplanino di carta creando confusione e scompiglio tra i pazienti spazientiti ..                                 Mentre tutto questo osservo, il tempo si dipana da solo, finchè trilla nella stanza il mio numero: 192 . Eccomi!  Tento di alzarmi per raggiungere la sala ‘Prelievi’ alla fine del corridoio. Sembra facile,ma l’inerzia dello stare seduta si era sedimentata al punto che ho qualche difficoltà a rimuovere i miei 50 chili. M’ero assuefatta alla proiezione del film tridimensionale che quasi mi rammarico del blackout improvviso. Orsù mi impongo, devo affrontare il secondo tempo! E’ un attimo che dura un’eternità quella di alzarmi dalla sedia e riguadagnare la perpendicolarità dell’asse, nel contempo non voglio far trapelare agli astanti le acrobazie dell’operazione, così imito scatto e leggerezza inesistenti. Vado, pencolo un po’ di qua e di là ma il corridoio è fatto!                         Fra un po’ il lettino con lo schienale pieghevole mi accoglierà e il mio braccio disteso sarà a completa disposizione del vampiro in camice bianco. Sento la puntura dell’ago che si insinua nella vena e aspira il liquido denso, non guardo ma immagino tutto, è come morire due volte. Che c’è signora? Oh niente, tutto O.K. così credo di aver detto  al carnefice. Chiuda il pugno e si rilassi signora!  e la siringa si colora lentamente di rosso. Non guardo ma sbircio e immagino….                                                           A intervento compiuto devo scendere dal comodo lettino ma giuro che lì mi sarei assopita a proseguire il mio sonno interrotto. Ma è d’uopo alzarmi col tampone di cotone nel braccio e lasciare il posto al succedaneo.                                                      Un rapido colloquio allo sportello di congedo mi informa sulla data del ritiro dei risultati e via! mi ritrovo per strada, e non sto sognando una pasta al forno ma m’imbuco nel primo ‘Bar’ e grido: caffè ! mentre afferro un cornetto fumante…                                   
 Oggi martedì 4 ottobre  La giornata racconta : Tutto è bene quel che finisce bene.

                                                                                                      Gabri

domenica 18 settembre 2016

L'OMBRA

L'OMBRA                                                                               Non cercatemi lontano, io sono li dentro                                                                                               da quando sono nato.                                                                                                                             l L'ombra mi cammina affianco,                                                                                                               della mia materia ne fa il riassunto; lo stampo ed il racconto;                                                            
mi sta vicina dall' alba al tramonto.                                                                                                         dell'essenzialita' tu sei la traccia, rapida e austera                                                                             muta e silente te ne vai la sera.                                                                                                              
Della luce tu sei la geometria                                                                                                                  non c'e' compasso che eguaglia la tua maestria.                                                                             
Sintetica, fedele, economica e muta di parole                                                                                     ti allunghi e ti accorci si come splende il sole.                                                                                     L'angolo di coincidenza é sempre esatto                                                                                             della mia persona sei lo specchio decantato.                                                                                       Non cercatemi lontano,io sono li dentro                                                                                                 da quando sono nato                                                                                                                                                                                                                                                  GABRI.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            

domenica 24 gennaio 2016

VOLEVO UN MASCHIO


 VOLEVO UN MASCHIO
Io lo osservavo di nascosto, lui che piallava, con mano esperta ,tavole di legno in falegnameria. Mi piaceva quel profumo di  taglio fresco e i trucioli che cascavano lentamente sul pavimento. Sembravano riccioli biondi. Se mi avesse scoperto li nascosta dietro un trave, mi avrebbe squadrato con disgusto, uno sguardo che mi riservava spesso: aggrottava la fronte e storceva il labbro inferiore, e senza proferire parole, mi annientava nella persona e nell’animo. Io allora scappavo a nascondermi. Se avessi osato dire qualcosa,forse mi avrebbe riempito di botte.  Ma non l’aveva mai fatto, sebbene l’avrei preferito a quello sguardo che mi fulminava e a quel sorriso bieco sotto i baffi a spazzola.
Era inspiegabile per me, bambina, quella reazione così sproporzionata rispetto all’entità inesistente della mia colpa. Ma finii per accettarlo come naturale rapporto  tra padre e figlio. Poco sapevo di come scorreva la vita tra le pareti delle altre case, a parte qualche sospetto che mi assaliva di tanto in tanto. Il mio mondo domestico era un fortilizio a regime di carcere, e lo percepivo come un sapore d’agrume sia pure inconsapevole. Il giorno in corso era identico a quello appena passato, stesso ritmo stesse paure Io, topolino, ero persino diventato astuto a scansare ogni incontro col ‘gatto‑ padrone: per questo avevo  studiato nascondigli dove scomparire quando lui compariva, e lì consumare quell’insopportabile inerzia misurata in giorni, ore settimane sempre uguali.
Un isola nell’isola, mai ospiti, mai visitatori: ogni giorno ucciso da uno spietato niente di nuovo. Una distrazione io però l’avevo trovata. Non esiste libertà che la necessità non sappia inventarsi per fuggire dal ‘nulla’ e uscirsene con un pretesto e andarsene lontano  come chi non sa dove andare ,è come un salvagente che ti consente di non annegare :  Era una finestra da sempre sigillata di uno sgabuzzino,sbaganaio di roba vecchia da sempre ignorato. Al di la di  quel vetro, c’era  un piccolo cortile sgocciolatoio di acqua piovana ,e sorpresa ! una forma di vita: due gatti ! Non floridi di aspetto ma pur  sempre uno scorcio di esistenza rubato,un infrazione alla regola del ‘nulla’.
Riportato il vetro alla sua naturale trasparenza  ,io non mi stancavo di guardarli con la voluttà quasi ossessiva  di sfiorarli con una carezza sul dorso scarnito. Era il mio cinema privatissimo,un evasione al ‘nulla’. Loro bighellonavano pigramente o scomparivano dietro una catasta di legname poggiato li in attesa del loro turno in falegnameria. Intanto studiavo un sistema per prodigarli di cibo..Un idea già ce l’avevo in mente:  l’ultimo vetrino in alto sulla finestra , come raggiungerlo era in fase di elaborazione.  Tutto andava fatto con circospezione, un errore mi sarebbe costato un castigo, se poi il delitto era flagrante, non osavo pensare alle conseguenze, alla punizione per darmi una lezione che fosse peggiore del peggio. Al momento i due gatti godevano della mia totale amicizia.
 E venne il tempo della scuola dell’obbligo. La pratica dell’iscrizione venne eseguita come un evento che non riguardasse la mia persona. Mi ritrovai ‘scolara’ secondo le leggi vigenti senza esserne coinvolta, come un oggetto inanimato, come un mobile da spostare da un interno a un esterno…
L’ anziana domestica mi prese per mano e mi spostò da casa all’immenso piazzale  prospiciente la scuola,in mezzo a una folla di bambini, anche loro accompagnati da qualcuno, con sotto il cappottino il grembiulino  bianco e il fiocco rosa o blu : un panorama nuovo nuovo . Fu come uscire da una stanza buia e vuota e scoprire  che il mondo era li dietro la porta, a due passi ,da sempre. ..e a mia insaputa. Ed era un mondo animato di bambini e bambine come me, salvo che loro erano allegri e chiassosi.  Io , lasciata sola nel  grande piazzale, restavo immobile, incapace di realizzare quanto avevo di fronte.  Un signore poco distante, in camice blu con una specie di tromba che portava alla bocca,dava disposizione ai maestri per la formazione delle classi e pronunciava a gran voce, di volta in volta, il nome e cognome  dei bambini che il genitore poi accompagnava nell’area stabilita. Io trepidante aspettavo il mio turno di chiamata .   Anch’io, a momenti, sarei diventata ‘ qualcuno ‘ con nome e cognome. Perciò ero attentissima ,ero tutta e solo orecchie. e quando udii  il mio nome echeggiare nell’aria fu come un riconoscimento, coram populo ,  che io c’ero, esistevo.  Quasi incredula ,ebbi  un sillabario ,pennino,quaderno e calamaio. Tutto l’occorrente di ‘’ scolara’’  Inaudito ! ero diventata qualcuno o qualcosa, non capivo ancora bene…
a – i –e –o –u erano le vocali , 1 – 2‑ 3‑ 4 ‑5  erano i numeri. Fu la prima scoperta , l’alfabeto, le parole I pensierini….un mondo sconosciuto.  Le nuvole avevano un nome, una cosa sola era singolare, più cose  Erano plurali, il giorno si divide in mattina ,sera, notte e sono fasi diverse. Le ore sono 24 ,i mesi 12 e altro ancora. Era questo essere ‘’ scolari ‘’, apprendere tutte queste nozioni che, candidamente ignoravo .   E’ stato come se all’improvviso, il lume a candela venisse sostituito dall’elettricità. Tutto fu subito luce, un Inondazione di luce, e , ne fui ipnotizzata ! Pensai allora che, sei anni vissuti nell’oscurità fosse stato il prezzo da pagare per scoprire tutto questo. Ero serena e appagata,finalmente, e soprattutto curiosa,e non mi nascondevo più.  I grugniti e le occhiate di mio padre non avevano più efficacia, ne’ mi impaurivano  più. Avevo altro di cui occuparmi: il quadernetto  a quadretti ,la magica penna che traduceva,all’istante,i miei pensieri in parole. Di tutto ciò,cominciò ad avvedersene anche lui  e calcolò il cambiamento come perdita di autorità.
Smise i suoi biechi sguardi intimidatori e li trasformò in ‘indifferenza’. Ma risultò una guerra persa.
Il Padre‑padrone fu detronizzato  da uno scricciolo di ragazzina che aveva preso coscienza di essere persona pensante. L’autorità vacillava e forse gli apparivano i primi segnali della sua inadeguatezza .
Lui non sapeva niente delle vocali ne’ delle consonanti, ne’ del singolare ne’ del plurale e quando percepì queste lacune per lui fu una sconfitta, per me una rivalsa condita di pietà.  La mattina la trascorrevo a scuola, il rientro e il pranzo,momento di incontro, era veloce  e silenzioso.  Qualche momento, con le dovute precauzioni,era per i due gatti del cortile segreto che con fusa e miagolii mi festeggiavano. Ora erano ben nutriti e vivaci e li avevo chiamati Alfa e Beta.
Le lodi della mia maestra,qualora incontrava per strada mio padre, lo lasciavano perplesso. Non si aspettava questa faccia della medaglia e taceva per non perdere la reputazione di padre.
Conclusi i miei cinque anni di scuola elementare con buon profitto e una pagella esemplare e, la legge fu ancora dalla mia parte nella prosecuzione della scuola dell’obbligo. Ma c’era tutta l’estate da vivere a stretto contatto, e fu dura : mai un giorno al mare mai un amichetta da portare a casa, mi restavano i miei due gatti segreti, Alfa e Beta a stemperare la solitudine e la tensione.
La maestra, che aveva subdorato l’alchimia della mentalità del mio genitore, veniva spesso a farci visita, e non per pura cortesia. La verità è che lo teneva d’occhio. Scopo preciso era di agevolarlo nella pratica della mia iscrizione alla scuola media che era imminente e , rammentargli che, evadere a questo compimento,era un reato punito dalla legge in caso di insolvenza. Lei aveva visto lontano…
La cara maestra aveva un debole per me e aveva presente i miei temini che la sbalordivano per l’esattezza con cui esprimevo i miei pensieri. Avevo stoffa ,diceva esagerando, a mio padre che ascoltava furibondo.
Lui si sentiva incastrato !

Dunque passai alle scuole medie. La conoscenza, il latino,la storia furono il proseguo della mia formazione e, il consenso dei miei professori sbilanciarono sempre più mio padre che in qualche modo era sempre incline a ritenermi una ‘’nullità’’ La verità vera , la prova provata di questa acredine (lo capii più avanti ) non era ,in fondo diretta a me ma si estendeva a tutto il genere femminile e si traduceva così : Lui voleva un figlio maschio: io ero il maschio mancato !   Tenebre maschili !  La mia preparazione scolastica, e gli ottimi voti, non valsero, o per orgoglio o per ostinazione, a dissuaderlo della mia inutilità. Lui perseverò a combattere la sua battaglia contro i mulini a vento, ed io continuai ad essere ‘nessuno’, ignaro che nel racconto di Omero,  paradossalmente. Nessuno aveva sconfitto il mostro che voleva divorarlo.



  



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lunedì 2 novembre 2015

IL GIORNO IN CUI TU NACQUI.



        
  

an style="font-size: large;">Il giorno in cui tu nacqui, con quattro giorni di ritardo,

l'infermiera mi portò a vedere il fagottino nuovo nuovo appena atterrato per via
 cesarea.  
Uno sguardo fugace mi fu sufficiente a capire che eri tu quella che avevo ordinato.
Ti avevo già vista tanti anni fa in sogno e all'istante capii che eri proprio tu, tale e quale quella del sogno.
Balbettai, ancora sotto l'effetto della anestesia : ''è sana?''.
Udita la risposta positiva, ripresi subito il mio sonno indotto.
Al risveglio, notai che i miei parenti ti avevano vestita 
piuttosto male e ho preteso che ti mettessero i nano blue jeans 
e la maglietta a strisce blu che avevo trovato in un negozio 
speciale per neonati speciali compreso il cappellino alla
'' Gavroche '', come lo scugnizzo di V. Hugò, nel suo celebre romanzo. Allora,l'accostamento
 mi era apparso strepitoso, e quando ti vidi ne ebbi la certezza fulminante; ma non fui capita dagli astanti, gufi e brontoloni, che chiamarono subito il dottore per una visita trasversale.
Fu da allora che i miei parenti incominciarono a guardarmi con sospetto...
Quei blue jeans e la maglietta a strisce, che mi stanno nel palmo della mano, ancora li conservo in un cassetto.

Caspita però, quanto sei cresciuta!
TANTI AUGURI ROBY !!!!       
da m.usca     Auguri da Dino Zoff
X EVER                      
                                     
                                                                                                                                                                               
                                                                               
                                                                                 GABRI