lunedì 17 settembre 2018

                  
Storia di Peluche
Correva l’anno...                                                                                                                                                      
Ancora sotto le macerie dell’ultimo conflitto mondiale la città giaceva, inadeguata alla sua bellezza. Splendida la sua posizione con il castello arroccato in cima in cima a guardare il mare e il suo golfo sinuoso.                                                                                                                                          
Il sogno collettivo dei cittadini: ritornare a vivere, rimpossessarsi delle strade delle bottegucce, dei piccoli bar punto d’incontro mattutino per le consuete quattro chiacchiere sul tempo e  ahimè sugli eventi. Cagliari, gioiello della Sardegna ..                        
Sulle strade appena sgomberate le bambine giocavano con la fune a saltarello  o a pincaro , i bambini a banditi e carabinieri. Nessun pericolo, rare le automobili giusto qualche  lambretta . Se una  topolinoappariva ogni tanto, per lo stupore si fermava il gioco, incantati ad ammirarla. In famiglia si rivoltavano i cappottini per tornarli nuovi nuovi,  piccoli e adulti masticavano ‘chewing gum’ dono dei soldati americani, si masticava.. per distrarre la fame e sdrammatizzare i tempi difficili   pift…le bolle sulle labbra di adulti e piccini erano una novità straordinaria ma durò quanto basta.  Nei negozietti si comperava mezzo etto di zucchero  o tre etti di farina, giusto il fabbisogno giornaliero, tutto pesato e soppesato. Ogni giorno alle tre del pomeriggio l’aria profumava di pane appena sfornato, erano i filoni di pane nero: destinatarie le caserme. Ma la gente non badava al sottile e si formavano lunghe file, per accaparrarsi quel pane a buon prezzo, poi passava il camion dei soldati a ritirare lo stock  previsto e chi non si era precipitato tornava al prezzo imposto ordinario. Andavano forte i Gianduiotti della Ferrero di Torino per cena, un morso al pane e uno al gianduia. Poi a letto a dormire con ancora un buco nello stomaco.                                                                                                                                  
Il cinema  Arena lucciola era rimasto in piedi e per la gioia dei piccoli e degli adulti ogni sera proiettavanoTotò le mocò e la  sua infinita serie boccaccesca per tirare su le corde ai cagliaritani provati e strappargli un sorriso fugace.                                                                 
Ai chioschi dei giornali i ragazzini compravano i fumetti a strisce : Sciuscià, capitan Miki, Pantera, Pecos Bill, l’ intrepido. Per gli adulti, le riviste Bolero ,Grand hotel  con le espressioni stereotipate di Gina Lollobrigida e Sofia Loren. La cronaca raccontava di                                                                
Soraja e lo scià di Persia, il caso Montesi, Amedeo Nazzari lo storico strappalacrime sardo. In casa, i più abbienti avevano la ghiacciaia per le estati afose e si andava a comprare le lastre di ghiaccio ogni mattina. Forte andava il Montgomery con gli alari in pelle . Poi non si parlò d’altro in città: La prossima apertura di un grande magazzino in via Roma, nei pressi del palazzo civico angolo largo Carlo Felice. Tutti col fiato sospeso, che sarà mai? Si diceva di un mega emporio alla portata di tutte le tasche.            
Si trattava della Rinascente come la titolò Gabriele D’Annunzio, in segno di ‘’rinascita’, ’fruibile a tutti, ai più abbienti e a quelli meno. L’inaugurazione avvenne una domenica di dicembre. Quel giorno la zia ci prese per mano e ci portò a vedere il grande evento. Percorsa la via Roma ci apparve la gigantesca insegna luminosa che troneggiava in alto in alto, la strada era affollatissima e tutti stavano col naso all’insù e la bocca aperta, sembrava già Natale! Mille luci brillavano a intermittenza e correvano come stelle filanti e poi tornavano e poi di nuovo…Mai vista tanta magnificenza!                                                 
Persi tra la folla guidata dai vigili urbani, finalmente riuscimmo ad entrare sempre mano nella mano per non separarci, la prima apparizione fu il banco dei giocattoli: bambole elegantissime, trenini elettrici che correvano sui binari, cavallini a dondolo, tricicli, aeroplani telecomandati, sembrava una favola. A noi ,di cinque e sette anni, non ci bastavano gli occhi! Magnetizzati e stregati, la zia faticò a trascinarci via e per tacitarci ci promise che ci saremo tornati dopo aver visitato le altre esposizioni ai piani superiori. Recalcitranti ci subimo tutto il pentolame, i tessuti, il vestiario, la scuola, ma null’altro ci poteva più incantare dopo aver toccato il cielo con un dito nel                                    paradiso dei balocchi, come Lucignolo e Pinocchio nel paese della cuccagna. Finalmente per noi due, iniziò il cammino inverso memori dell’accordo stabilito             Ma non andò esattamente come convenuto. Ci trovammo nel pieno di un parapiglia di gente che entrava e quella che usciva, e non fu possibile fermarci nel sospirato banco dei giocattoli intasato di bambini e genitori, praticamente irraggiungibile. Ma
nella ressa, accadde qualcosa di inverosimile: un peluche color ambra e un musetto irresistibile ruzzolò dal banco e cominciò una serie di saltelli, l’ultimo fu ai miei piedi e mi balzò tra le braccia come fossi io la destinataria di quella carambola, senza ombra di   ragionevole dubbio. Lo accolsi istintivamente tra le braccia  come atto dovuto; ero troppo piccola per andare a riportarlo indietro e poi l’uscita  era a un passo.                                Con lui stretto stretto al petto guadagnammo la strada col cuore a mille.                                            In quegli anni del dopo guerra il regime di vita imponeva che i giocattoli arrivassero solo una volta all’anno: a Natale o alla befana e si limitavano a bambole di pezza, trottole, corde per saltare, e  nelle vetrine e nei negozi, vigeva la ferrea  regola del                  
‘’Guardare e non toccare’’ Ma l’episodio trascendeva tutte le regole quasi a conferma della norma. L’empatia di Peluche con la estemporanea bambina fu immediata e reciproca, ma durò il tempo di un ritorno a casa. Dopo un sommario racconto della singolare vicenda, Peluche venne subito requisito, palpato, valutato, e prezzato da mani grandi e fredde infine con la delicatezza di un elefante, posizionato dentro un armadio tra la biancheria della zia, i soldi della spesa, una bottiglia di anice seminascosta, itarocchi e le nazionali esportazioni senza filtro che la sera, finite le faccende di casa, era solita fumare in solitudine come premio alle fatiche domestiche, e Peluche osservava questo fluire della vita tra le ante socchiuse della sua prigione, in attesa di eventi. Solo dopo che la zia aveva tracannato un sorso del suo liquore preferito si chiudeva il sipario e moriva il giorno nella notte buia.                                                     
Peluche, memore di un unico abbraccio folgorante dopo un breve volo dal banco dei giocattoli pieno di luci e il clamore dei bambini eccitati da tanto belvedere e che tiravano la manica al papà o alla mamma per indurli a comprare questo o quello delle meraviglie esposte, finì in castigo dentro l’armadio della zia col divieto assoluto di visite, e intrusioni di sorta. E fu li dentro che cominciò a pensare per esorcizzare la solitudine, in attesa di carezze di cui aveva avuto percezione per un solo breve istante. Così, assuefatto all’oscurità del suo ripostiglio coatto, Peluche fece di necessità virtù e non volle rinunciare alla sua identità, quella di rendere felici i bambini e al suo ruolo di compagno rassicurante e confidente e a collaborare a costruire un ponte tra realtà e fantasia, per lo sviluppo del loro pensiero ovvero di quel : ‘’far finta di.. ‘’ che li rende autori e protagonisti  della loro stessa crescita. A tratti Peluche è un pupazzo felice anche se la vastità del suo viaggio si oppone alla esiguità degli spazi concessogli, ma non demorde e si inventa ali per volare lontano, proprio come fanno i bambini nel loro mondo dei sogni di cui è insieme pilota e passeggero. Ma il vero mistero per Peluche non era l’Invisibile, bensì l’incredibile ‘visibile’ che muove il mondo degli adulti. Io, che ci abitavo fuori da quell’armadio, percepivo le stesse perplessità  riguardo al mondo dei ‘grandi’i quali conoscono bene ‘ il prezzo di tutto e il valore di nulla’, Io stavo dalla parte dei bambini che all’opposto, trovano tutto nel ‘’nulla’’ e Peluche rappresentava per me un ‘nulla’ di grande importanza.                
Incredibile! Nell’oscurità del suo abitacolo, Peluche riusciva a vedere la luce , come le lucciole che per brillare  hanno bisogno del buio. Fortemente persuasa  di quella appropriazione indebita, per altro così scontata, come un corollario di matematica io    
 non avevo mai rinunciato a Peluche, ma non avevo voce in capitolo per far valere le  ragioni del cuore in un contesto familiare dove il modus vivendi non contemplava colori : o era tutto bianco o era tutto nero. Dunque decisi di ricorrere a strategie alternative per addolcire il distacco.                                                                                     
La sera, quando la zia, stanca del duro lavoro quotidiano, era solita concedersi un momento di respiro, prendeva dall’armadio il suo elisir all’anice  e si sedeva al balcone a consumare il rito finale  della sua giornata. Era quello il momento ‘ics’ che,  non vista, furtivamente riuscivo ad agguantare il mio pupillo e accarezzare la morbida pelliccia ambrata e promettendogli un'altra visita per l’indomani stessa ora, gli sussurravo: ‘dormi bene Peluche’. La zia era mille miglia lontana da concepire queste relazioni infantili con un pupazzo e  pensai che forse non aveva mai giocato in vita sua. Altresì pensavo che gli adulti nascessero già ‘grandi’ o che quel cemento che un tempo era stato fresco fresco era poi diventato pietra.                                                            
Dopo l’armadio, Peluche fu dirottato in altri alloggi, in un negozio dell’usato, in ‘Sa buttega’  del paese dove si vendeva di tutto, dagli alimentari alla cartoleria al vino, ai tabacchi e in altri luoghi inadeguati alla sua natura ineluttabile di giocattolo il cui unico e specifico scopo, il più disatteso dall’imbecillità fatta persona, era quello di far felice un bimbo. Lui stesso, per primo, non capì le ragioni di quelle tappe.                                                            
La storia indugia a raccontare gli approdi e i soggiorni di Peluche e il suo esercizio di tramutare, volta per volta le solitudini di ogni dimora, in oggetto di pensieri e riflessioni davanti alle stranezze dei comportamenti umani, ma che lui sia prigioniero infelice non dimostra che non sia felice. Tra la memoria e l’oblio, va e viene un ricordo, che lo consola, come una luce che si accende e si spegne, negli interstizi di buio mette in fuga il lupo come un giocoliere abile.                                                                                                              
Peluche come noto, non seguì propriamente il protocollo per cui era nato, già il suo esordio fu fuori da ogni schema consentito. Ora la prospettiva di cavarne un profitto da parte del despota senza cuore s’era assottigliato, il suo andare e venire gli aveva procurato piccole escoriazioni sul viso e qualche ciuffo di pelo  mancava all’appello: moriva ogni giorno un po’.                                                                                                                          
Peluche ritornò alla sua prima prigione: l’armadio, ma per poco. Un altro dissennato tentativo di cavarne un ragno dal buco, si presentò una mattina: la perseveranza non aveva confini. Sono infinite le proiezioni dell’ego prevaricatore nel cimitero di taluni cuori. Quel giorno io compivo i miei sei anni e, che non ci fosse festa già lo sapevo, ci fu invece una novità: dovevo correre a prepararmi perche si partiva per il paese natio con la corriera o meglio il ‘’ postale’’ Non mi fu spiegato il motivo del viaggio e non chiesi niente perche inconsciamente avevo paura della risposta. Sarà stato quel pacco infiocchettato che la mia accompagnatrice si portava appresso oltre la consueta borsetta che mi ispirava pensieri negativi. Ciononostante il viaggio fu bello, bella la giornata di sole e le immagini che correvano dietro i vetri e le distese di papaveri vermigli e tremolanti.                                                                                                                     
Povero Peluche, il destino gli stava preparando il conto, ha dato assenso a chi testardamente, con la tenacia del tiranno, lo ha accompagnato a morire definitivamente. Fu l’ultimo viaggio per Peluche…Una signora ci apri la porta, era la maestra del paese, un’autorità. Il pacco fu consegnato alla figlioletta, una bimba della mia età. La stanza dei suoi giochi rigurgitava di giocattoli, lei aprì il pacco, tirò fuori Peluche, lo osservò delusa e lo fece ruzzolare tra i giocattoli vecchi, quelli da buttar via. Le due signore intanto si erano già accomodate nel salotto e chiacchieravano animatamente sulle ultime novità del paese e della scuola..                                                             
                                                                                                                                                              
                                                                                                                                 Gabri