martedì 7 ottobre 2014


AUTUNNO A NEW YORK
Prima tappa: Central Park Impareggiabile la nostra guida, Giovanna. E’ nativa di Ferrara ma vive da 26 anni a New York. Ci ha trasmesso in questa veloce escursione,tutta la sua devozione per questa città,si capisce che la ama. Ne conosce ogni angolo ,ogni stradina,sa dove cadono le foglie, dove va a finire il tuo pensiero, percepisce con felicità il tuo stupore mentre cammini con lo sguardo perso verso questo strano cielo incorniciato di pareti a quadretti,dove la luce, nei pertugi tra una pagina e l’altra,gioca rimbalzando sui vetri.
Sono le otto e trenta del mattino,mentre in Italia il mondo è già a tavola, noi ci siamo appena svegliati e ci lasciamo alle spalle l’albergo: al di là della strada ci attende una limousine taxi che occupa tre terzi del marciapiede e che Giovanna ha fermato al volo.
Ci accomodiamo e, mentre la nostra guida dà disposizioni all'autista sulla destinazione, noi ci scambiamo occhiate che sono tutte un programma e che non necessitano di parole.
Giovanna ci aveva esaminato bene la sera prima,quando è venuta a prenderci all'aeroporto.
Ha capito che volevamo vedere il meglio e in poco tempo, appena un giorno e mezzo.
Gambe! Ha detto, ci vogliono gambe e cuore naturalmente. Così ci ha voluto far assaporare in anteprima,un tocco di magia,il sogno vero o la realtà fantastica di questa città prestigiosa sofisticata ma pure umana, al di là dei suoi mille piani proiettati verso il cielo.
Ci ha condotto dunque al Central Park che spacca in due il cuore di New York e pure
quello dei newyorchesi per riavvicinarli a respirare con tenerezza l’autunno più incantevole del mondo,quello immortalato da Frank Sinatra tra le righe di ‘’ Autunno a New York ‘’
Qui l’autunno è un gioco di maestria impareggiabile,dipinto in una realtà impareggiabile da un pennello di elevata arte. Tra la nebbiolina diffusa appare un collage aereo di colori crepuscolari dove le foglie si spengono tra una moltitudine di sfumature e, interpretano il ruolo più rilevante nel tema autunnale. Vivendolo così in prima persona, questo spettacolo, ho capito d’aver capito perché nessuno resista al brivido che ti percorre dinanzi alle cose che si impadroniscono di te lasciandoti incapace di opporti, e tali cose ‘più grandi’ comunicano con te.
Dolce, sofisticata,New York diffonde dal suo parco,come un essenza, questi sentimenti per tutti coloro che vi vivono ma di più per quelli che sopravvivono in una intesa collettiva che fornisce loro un legame di umanità fraterna. Ad ognuno dà un illusione di serenità sotto forma delle sue mille sfumature dei suoi colori,e della luce che esprime le sue variazioni cromatiche. E’una concorrenza  di movimenti ,di aliti di vento,di luci, di cristalli, di riflessi. E’ un sorriso enigmatico di Monna lisa impercettibile e presente.
E’ la vittoria della solitudine,quella vera,che accampa la sua piccola tenda in un angolino di ognuno di noi.
Uno specchio di lago,raddoppia gli effetti capovolgendo il cielo, mentre piccoli scoiattoli ci attraversano timidamente la strada. Ho la testa satura di emozioni, gli occhi che strabuzzano da un punto cardinale all’altro, anche i sassi sono belli, ne raccolgo uno;
Ci scriverò: Autunno a New York, mi servirà a farmi rivivere questi istanti. 

Circolano le biciclette e i pattinatori ai quali,per un tacito accordo, non si può interferire la corsa. Giovanna ci guarda con un sorriso,mentre il passo ci affanna,e ha l’aria di prometterci altre emozioni ma non si lascia andare in spiegazioni.  Tutto sarà imprevedibile proprio come lei.
Il tempo stringe, anche se qui, le giornate sembrano più lunghe (forse lo sono) e il parco non è per chi ha fretta... Ce lo lasciamo alle spalle pronti ad assaporare altre rare sorprese.
Ci inghiotte il metrò,il treno velocissimo raggomitola distanze lunghissime sulle sue
ferraglie rumorose. Siamo subito nel quartiere di Harlem. Pericolosa e affascinante ne
percorriamo le varie fasce italiane,cinesi,spagnole,negre ed ebraiche,ognuna col suo
capitolo di peculiarità, di storia e di aneddoti che Giovanna ci racconta strada facendo
La padronanza e la sicurezza che lei ostenta ci rende invulnerabili, al suo fianco siamo dentro una sorta di perimetro protetto. Scambia frasi, a noi incomprensibili con questo o quello e procede disinvolta, sembra conosciuta e rispettata nell'ambiente.
Ci aveva precedentemente ammonito di avere un passo deciso, la borsa ben stretta sul
davanti,un abbigliamento casuale ma soprattutto nessuna aria da turista spaesato.
Giovanna ci parla,lungo il cammino, degli ‘’Spiritual  e ci informa che si tratta di un
culto religioso della gente di colore ma che accampa proseliti anche di razza bianca e di tutti coloro che abbiano fede fervente in Dio e Gesù suo figlio naturale. Il culto risale all'incontro degli schiavi afro-americani con la religione cristiana che stillò nei loro cuori qualche barlume di speranza e i primi segni di ribellione allo stato di schiavitù. Poiché oggi è domenica,giorno di funzione, Giovanna ci indica a gesti discreti i fedeli che si recano alle loro chiese; Sono gruppi di famiglie di colore, vestiti in abiti di impeccabile eleganza gli uomini, e curiosissimo l’abbigliamento delle signore, per la maggiore sono grassocce e prosperose. Ma il look scioccante sta nel capellino vistosamente colorato, con o senza veletta e ornato da sgargianti  fiori di tessuto o di carta,o di penne di uccelli o di grappoli di frutta pannocchie o farfalle o quant'altro mai di impensabile.
E, ci informa Giovanna,che esso è il simbolo che risale al tempo dei tempi,alle loro origini di schiavi ed è di monito alla libertà individuale. Ecco una chiesa,Giovanna ci invita ad entrare. Siamo curiosi ma un poco scettici: andare in chiesa a New York ci pare eccessivo, noi che la frequentiamo ben poco in casa nostra. Ma lei è decisa e ci spinge dentro.
Restiamo coinvolti e stravolti dalle diversità umane. Il primo impatto entrando è quello del rispetto per l’ambiente,una sensazione di gravità ci percorre,senza volerlo, non si bisbiglia, si resta bloccati in un silenzio interiore.  L’intensità della fede che anima queste persone è davvero autentica. I canti di ringraziamento a ‘JESUS’
per il proprio esistere,per l’usufruire della luce del sole,per le sofferenze finite,per le tribolazioni passate,sono elevatissime: non lasciano alcun dubbio che Dio le abbia udite. Un rappresentante di Dio,prete in terra,non gode più luce di costoro. Le loro invocazioni,i loro ‘grazie’attraversano le pareti e si allargano a tutto l’universo,essi non sono più se stessi,sono al di là della loro pelle come in un fenomeno di estasi collettiva. E mentre tutto questo accade a noi ci percorre un brivido lungo la schiena che è il biglietto di partecipazione ,l’unico che ci venga richiesto.
Usciamo,la strada ci sorprende imbambolati, Giovanna sorride,sembra soddisfatta,
in qualche modo ci fa intendere che ci trova simpatici. Manco a dirlo,l’intesa è reciproca.
Lei è anche carina e fa finta di non avvedersi delle soste clandestine di Ugo sui pali del semaforo, che mi suggeriscono piedi straziati e  che non faccio fatica ad immaginare.
La maratona continua,fra poco conosceremo ‘Francos Blod’ il Picasso di Harlem.
E’ lui un colosso di due metri di colore nero. Sta tra Armstrong John e Sydney Poitiers, è il più grande decoratore  di Gates of Harlem, ovvero delle serrande  dei negozi.
Giovanna ci ha presentato ,e lui ci saluta come vecchi amici abbracciandoci.
La domenica mattina e i giorni festivi,il centro commerciale chiude i battenti, privando la città della sua fonte di animazione che è il via vai della gente che curiosa di vetrina in
vetrina. Quando queste sono sbarrate da pesanti saracinesche di ferro,l’effetto grigio è
ancor più deprimente. E’ a questo punto che Franco è brillantemente intervenuto a dare un tocco magico all'isola di Harlem. Sfruttando le sue naturali doti di pittore ha
trasformato il grigio squallore di ogni serranda in una magica finestra sul mondo favorendo coi suoi temi pittorici, l’occasione di risvegliare tematiche sociali, allegorie fantastiche spazi interplanetari, moniti di fratellanza e mille altri argomenti di interesse sociale e culturale. Animando la città, l’ha resa gaiamente ,una grande galleria d’arte all'aperto dove la gente. Prendendo spunto dalle sue simbologie ,trova
 motivo di scambio di opinioni di sorridere e di scottarsi le dita tra una caldarrosta e l’altra proprio come sta succedendo a noi. Franco, nel giro di pochi minuti,ci ha baciato e abbracciato, ci ha lasciato il suo autografo e ci salutiamo con la promessa di una sua visita a casa nostra dove lo attende la serranda del nostro garage.
Una pizzetta,una coca cola, un surrogato di caffè è il pasto frettoloso consumato in piedi.
Di fronte abbiamo il ponte di Brooklyn e in lontananza vediamo la statua della libertà, dietro la Chinatown sfavillante. Arriviamo in una piazza,un orologio sul cucuzzolo segna a grandi numeri le 19 e 30, non so se ai celesti o ai terrestri, ma la cosa che realizziamo con immediatezza sono le panchine. Si tratta di un ispirazione collettiva, a quanto pare, perché ognuno punta la più vicina. Sono pulite e spaziose ed io mi ci sdraio. In posizione supina scorgo ancora grattaceli e grattaceli e voglio farne entrare uno dentro il mirino della la mia  macchina fotografica.
 Mi pare doveroso portare a casa quest’ultima istantanea dato che la festa
sta volgendo al suo epilogo. Vorrei essere un vagabondo, mi penso, e parcheggiarmi una notte,in questa panchina,i grattaceli sembrano grandi camini accesi e non soffrirei il freddo, le magliette che ho comprato per me e per gli amici,con su scritto:New York mi faranno da  cuscino e domattina un cameriere in livrea,mi apparirà premuroso: Good morning! Ecco il suo caffè signora vagabonda! Desidera le uova al bacon? In effetti ho un buco nello stomaco, mentre il cuore si riempiva di emozioni quello si svuotava dei consueti approvvigionamenti. Ora stravedo parzialmente; Il bello nei film è che non si deve mai attendere quando si passa da un azione ad un'altra protratta nel tempo. Il nostro regista è invece cinica e prima di farci arrivare al ristorante ci fa passare in albergo a rinfrescarci e a cambiarci gli abiti sudati, ed è così lontano il ciac della ripresa del tavolo apparecchiato, che quasi svengo.
Il ristorante è cinese, avremo tempo per la cucina italiana, mi conforto,forse è un inizio di nostalgia,ma non di quella tradizionale, ho nostalgia di quanto è appena trascorso. Sebbene tutte le emozioni siano ancora calde qui dentro, tuttavia già mi incalza la malinconia delle cose che stanno per finire e che avrei voluto prolungare all’infinito.....Mi destreggio male coi bastoncini cinesi e chiedo a gesti una forchetta a un cameriere minuscolo e che mi fa tanto pensare a una mandorla.
Giovanna è invece molto abile e Ugo la scimmiotta con disinvoltura. Tempo sprecato, penso,è già uno strazio il pasto e non comprendo nulla di quello che mi porto alla bocca, qui non esiste il coperto di pane fresco da divorare all’istante,non è lo stesso con il riso.
Credo tuttavia opportuno di far buon viso a cattivo pasto così sto sull’ironico,mentre
guardo Ugo divorare avidamente tutto quello che passa Mao, il buon Dio cinese.
Fuori è mezzanotte,non vedo lune né stelle,probabilmente ricusano le altitudini dei tetti di cristallo e si sono eclissate altrove. Il soffitto ha il colore del piombo. magari gli intrugli cinesi che abbiamo appena ingerito, hanno distorto un po’ la realtà; ciò che prima era vicino ora mi appare lontano. E’ l’ora del commiato e la piccola grande avventura sta per concludersi. L’ansia del rientro uccide questi ultimi istanti perché il distacco è triste. Fortunatamente una leggera sbornia rende più disinvolta questa chiusura, ma da qualche spiffero di lucidità esala la necessità del rientro al vecchio sillabario delle cose di casa nostra.
Ero andata quasi perdendo memoria e gusto dell’uscire fuori della propria città, ed ora sono paga d’aver cavato da questa avventura qualche momento di felicità per riamare questa inverosimile vita,e ne ho avuto un insperato risarcimento che avrà,anche postumo, uno scopo terapeutico nella semplice rievocazione dello stesso, se pur condita da una febbre di nostalgia. Dunque è vero che fuori dal nostro contesto abituale,il mondo ha straordinari messaggi e lune diverse dall'ordinario quotidiano.
 NEW YORK     28 /10 / 89                                                                                  Gabri

venerdì 3 ottobre 2014

LE BAGUETTE

Le baguette                                                                                                                                        

Cappotto, sciarpa e borsa della spesa : sono arredata di tutto punto per uscire di casa. Pronta ad allargare i confini delle pareti domestiche, e pronta a dare un senso alla giornata di oggi che sia diverso da quella di ieri, basta anche solo una sfumatura che ieri non c’era. Magari hanno inaugurato un nuovo negozio, o il fioraio ha finalmente trovato il ‘Myosotis,’che da tempo gli ho richiesto, o il pizzicagnolo, in fondo alla strada, ha qualche leccornia da gustare stasera per cena, o semplicemente un incontro con qualcuno che avevo dimenticato…
Ben venga ogni spiraglio di novità che spezzi il ritmo sempre uguale dei giorni, che non siano solo le rughe sul viso a segnare il tempo che scorre. 
Dolcissime, inguaribili illusioni ma devo pur contrastare quel germe invisibile che nutre e alimenta il passivo dell’esistenza,e guardare fuori come ‘luogo di guarigione’.
Mi accingo dunque a uscire… ma senza chiavi dove vado ? Eccole lì, al solito posto !   
Apro la porta di casa che dà subito alla strada, e avverto immediatamente qualcosa di strano. Riesco a poggiare il piede sull'unico gradino, che vengo travolta da una moltitudine di gente, sono spintonata e ingoiata dalla folla. Sembra una marea umana. Io, che convivo con la solitudine, ecco, non sono più sola! Forse è arrivata l’ebbrezza di stare in compagnia. Il miracolo s’è compiuto!  Ma che esagerazione però!  Cosa mai potrò comunicare ai miei vicini, anzi vicinissimi se mi stanno incollati alla schiena e alla pancia. Neanche respiro e la mia voce interrogativa si disperde, che a nessuno interessa un acca di quel che dico. Ma che ci sta a fare tutta questa folla? Forse una manifestazione di cui non sono al corrente? Ma il risucchio va più veloce delle mie considerazioni che già sono assorbita dentro questo serpentone umano come in un vortice che capta e aspira tutto ciò che gli sta intorno, un   mulinello incontrovertibile che incorpora rapidamente ogni elemento. Ormai io alloggio dentro questa insolita pancia ergonomicamente  commisurata agli spazi consentiti.     
Le mie gambe sono intrecciate ad altre gambe sconosciute, come in un amplesso di fraterna prostituzione,completamente consegnata fisicamente all’altrui fisicità, senza il ritegno consueto,perché la circostanza lo consente.  
Le persone sono quasi immobili perché è il serpentone che procede ‘’motu proprio’’
E’ come stare costipati su un treno che viaggia su un binario ubriaco.    
La strada che contiene questo concentrato di persone è la via Giovenale  che fa capo alla piazza della Misericordia laddove spero che questo ingorgo troverà il giusto e presumibile deflusso. Siamo prossimi a questa piazza e l’aria  si è impregnata di un odore caldo, un odore casereccio inebriante,come di pane appena sfornato.         
Come posso, allungo il collo per sbirciare l’orizzonte, dovrei scorgere la fontana che sta al centro della piazza, ma una nuvola bianca confonde la visuale,e nell'aria questa fragranza è sempre più intensa. E’ odore di pane caldo, il profumo è inconfondibile!

Il corteo procede inesorabile nel suo andamento sinuoso, ma qualcosa comincia a intravedersi sopra le teste: ecco, il cocuzzolo di una cupola fatta di grosse pietre sovrapposte,più avanti un enorme lastra, sempre di pietra e degli omini  in camice bianco che sembrano intenti a impastare qualcosa, sembra farina con acqua attinta con secchi in un continuo via vai dal pianale alla fontana. Quanto vedo dà conferma al mio naso, l’odore pare coincidere,stanno proprio  amalgamando farina e acqua, i due ingredienti, unici ed essenziali, per dare vita al pane! Intanto un calore piacevole si propaga nell'aria. L’unica inconfutabile deduzione è che la piazza si  sia trasformata in un immenso panificio all'aperto. Ha dell’incredibile quello che vedo, eppure son desta, non sto sognando nel mio letto: Tanta realtà umana  che mi strattona e mi soffoca, pare proprio escludere che io sia adagiata sul mio morbido talamo. 
A una curva del serpentone, intravedo gli uomini addetti alla piattaforma,che lavorano l’impasto dando forma a bastoncini  allungati, sembrano le baguette, il tipico storico pane francese ,e poi li depositano in capienti carrelli infarinati, che altri trasportano verso il forno fumante e poi, con lunghe pale, sopra la brace lucente. 
Ecco, siamo giunti ai bordi della piazza, e qui la folla comincia a sgranarsi , come un orlo che si sfilaccia. Quello che era un insieme compatto perde gli elementi della compagine come molecole che ritornano singole e libere, nel caso in specie, individui autonomi,e ognuno,quasi meccanicamente, si dirige in un luogo convenuto e, con la sporta in mano, percepisce la sua razione di baguette e, silenziosamente gratificato, si dilegua per la propria strada. Questa operazione si ripete sino ad esaurimento del materiale umano; di conseguenza , il grande serpentone animato, perde a poco a poco la consistenza del suo volume, come in una magica dissolvenza.
La piazza torna ad essere la vecchia piazza con la fontana al centro e l’acqua che gorgheggia nella quiete del mattino.  
Io sento,e sono l’unica rimasta nella piazza con la testa persa nel vuoto, che privata della  folla intorno, non sa se giovarsi di tanto spazio e gioirne o immalinconirsi del repentino vuoto. Non so cosa sia più urgente per me : se andare da uno psichiatra o lasciarmi condurre con leggerezza al piacere dell’’inverosimile’ senza cercare spiegazioni ad accadimenti per i quali i nostri sensi non sono programmati. 
Non ho sognato e, tuttavia, non voglio svegliarmi e restare imprigionata dentro codesta fantastica e incredibile avventura. Non mi resta che tornare a casa nel mio piccolo universo silenzioso. Mi libero del cappotto e della sciarpa,ma un profumo ben noto, mi torna al naso. Apro la sporta della spesa che non ho fatto, e che cosa spunta? Oh ,ma è una baguette !!                 
                                                                                                                 

                                                                                                             

NICOT

NICOT
Aldilà del colle solitario,la nebbia salendo,si addensa, e non vedo niente oltre la siepe  se non il niente , appunto.   
E’ il ‘naufragare’ degli ultimi pensieri tra lo stormire del vento,dove vagano indipendenti nella memoria perduta. Ho il sospetto che questo naufragio di rimembranze antiche, itineranti nella mia scatola cranica, abbia un nome scientifico impronunziabile...E mentre gli anni passati e l’ombra di loro riecheggia in un parapiglia di ricordi confusi, il presente invece, danza senza musica, e il ritmo è assente, e non è dolce, come dice il poeta, mentendo, naufragare in questo autunnale caos mentale.
Nel marasma del tempo accumulato, non ricordo più se erano i verbi transitivi, quelli che passavano o quelli intransitivi...o quand'è che la vocale scompare se con il troncamento o l’elisione.. Ma per fugare queste solitudini grammaticali, io conosco un rimedio : Mi accendo una sigaretta, per bruciare il tempo e, nel contempo i polmoni .
E, mentre fumo, trovo quanto sia ridicolo e funesto  il rimedio stesso,e quanto grande sia il danno travestito da piacere, e, ci aggiungo una considerazione :
Signor Nicot,  che caspita di invenzione fu la tua? Volevi forse addolcire l’esistenza agli umani con quattro capriole di fumo? Te, che anche da morto sei rimasto attivo, te impunito e mai querelato che continui a uccidere anche postumo?  Chi mi risarcirà della pelle ingiallita e del catrame nei polmoni? Ma si sa , non tutti i mali vengono per nuocere : Forse che il tuo veleno non sia un toccasana per le casse dello Stato?
E’ un po’ come sacrificarci in tanti per il bene della Patria ! E, per ringraziare la Musa per questa sublime interpretazione ispirata, me ne accendo un’altra giusto per vagare ancora un po’ nell'estasi da tabacco. C’è nebbia satura di fumo nella mia stanza, dunque apro la finestra e scruto nello spazio sconfinato del cielo e vi cercherò la giustificazione delle antinomie che viaggiano parallele nella mia persona,e sarà una richiesta d’aiuto o un pentimento per quel poco che ho fatto e quel tanto che non ho fatto. Imparare dalle proprie debolezze è sempre il migliore dei modi per riscattarsi e guardarsi dentro e ridere o piangere di se stessi, con un po’ di umorismo e commiserazione,il tanto di guardare dentro la propria immagine e scoprirne le dissonanze e le sproporzioni che non ho avvertito durante la proiezione reale delle stesse.
Sarà come tornare sui propri passi ma con uno spirito diverso, come un bambino ormai adulto che  rivede  i suoi disegnini infantili. Ma dipingere è facile quando ancora  non sai come si fa. E’ molto più difficile quando lo sai. Pablo Picasso ha detto:’ La pittura è una bugia che dice la verità’  La frase è suggestiva ma è vero anche il suo rovescio : che la verità non  si costruisce con le bugie. Tuttavia, gli scolaretti e i pittori della domenica hanno costruito meravigliose bugie !
E i giorni, ora lo so, sono come i verbi transitivi: Passano…
                                                                                                                                  Gabri 

            
                   

                                                                                                                




martedì 5 agosto 2014

IL PORTO Charles Baudelaire

 IL PORTO 
Il porto è un incantevole soggiorno per un’anima stanca delle lotte della vita. 
L’ampiezza del cielo, la mobile architettura delle nuvole, i mutevoli colori del mare,lo scintillio dei fari sono un prisma meravigliosamente adatto a divertire gli occhi senza mai stancarli. Le forme slanciate delle navi,dalle complicate attrezzature, alle quali l’onda imprime armoniose oscillazioni, giovano a mantenere nell’anima il gusto del ritmo e della bellezza. Poi, soprattutto, c’è una specie di misterioso e aristocratico piacere,per colui che non ha più né curiosità né ambizione, nel contemplare, sdraiato sul belvedere o appoggiato al molo, tutti i movimenti di chi parte e di chi torna, di chi ancora ha la forza di volere, il desiderio di viaggiare o di arricchirsi.   
E’ quanto avevo da dirvi, qualcuno l’ha detto meglio di quanto avrei potuto fare io.


Gabri

domenica 20 luglio 2014

UN GIORNO ROVENTE

UN GIORNO ROVENTE  
Sono a casa,in via Giovenale, proprio a due passi dalla piazza della Misericordia.  
Oggi la temperatura ha raggiunto punte massime, oltre i 40 gradi all’ombra.    
Si sta come dentro un forno; penso a mio nonno che era pompiere,lui avrebbe spento questa calura con una bella somministrazione d’acqua fresca vaporizzata!  Pace all’anima sua, noi siamo già all’inferno!  Disbrigo le faccende di casa, senza convinzione, per puro automatismo acquisito dall’abitudine : rifaccio il letto, lavo i pochi piatti della cena di ieri, apro le finestre per cambiare l’aria, ma dubito subito dell’  efficacia del baratto. Dalla finestra vedo la piazza : è deserta. Saranno tutti al mare, penso. Certamente io sono l’unica superstite della zona. Guardo la fontana che spruzza l’acqua per aria…l’ispirazione sorge spontanea, ecco quello che farò, la raggiungerò subito. Il contatto quasi fisico con l’acqua fresca, inverosimile antidotto a  questa calura, sarà un toccasana! Indosso una camiciola leggera e infilo le infradito,Chi mai farà caso al mio look, intorno non c’è un cane! come suol dirsi. Ma per ciò che vedrò dopo, questo comune modo di dire è assolutamente abusato e privo di realismo pratico.
Pensiamo a Don Camillo quando ritorna al paese, dopo la punizione del Vescovo,e non trova nessuno ad accoglierlo alla stazione e le strade sono deserte: mi hanno abbandonato tutti, non c’è neanche un cane, mormora amareggiato: Neanche un cane! Ma si sbagliava : ..Bau,bau ,traduzione : io ci sono!  Più avanti compare tutto il paese con il sindaco in testa a dargli il benvenuto. Era uno scherzo! Il racconto vuole che il suo più grande nemico fosse anche il suo migliore amico.   
Dicevo…ah  porto  con me anche il libro di turno: ‘’Memoria del vuoto’’ di M. Fois, mi aiuterà a condividere il tempo. Borsa e occhiali , vado.  
La panchina che ho in mente, quella sotto l’albero,è sempre li , naturalmente e inesorabilmente libera. Mi ci accomodo senza badare troppo alle norme della buona decenza, e, trovata la posizione  aurea ,passo a una dimensione più ascetica.                        
Gorgheggia intanto la fontana coi suoi guizzi regolari che brillano come frammenti di specchietti filtrati dal gioco dei raggi del sole. La calura si è quasi materializzata e balla leggera a mezz’aria creando fantastiche illusioni ottiche come i miraggi nel deserto frutto della rifrazione atmosferica. Osservo con pigrizia questo niente silenzioso, e provo immaginare che cosa di insolito può mai accadere sotto questo cielo di nuvole immobile che sembra un immensa cartolina tridimensionale  appiccicata sul soffitto del mondo. Eppure di questa piazza così modesta e di altrettanto modesta fontana, dicono sia un luogo speciale, teatro di avvenimenti straordinari nel passato. Da questo, pare  ebbe origine  il nome: ‘Piazza della Misericordia’. Raramente però la gente del posto ne parla come se si trattasse di un religioso silenzio. Al momento per me è una piacevole alternativa alle pareti di casa,ed è anche piacevole il suono silenzioso della fontana.      
Resto ancora un po’ a guardare,non so che cosa,ma è come concedersi una pausa di assestamento prima di lasciarmi sedurre dalla lettura e volare altrove. Ma sento, non lontano, un leggero fruscio come di foglie secche spostate da qualcosa che si muove dietro un cespuglio. Sto all’erta e vigilo. Ecco svelato il mistero: dal cespuglio sbuca un gattone grigio e panna,sotto il pelo lungo si vede che è magro. Ha l’aspetto insonnolito e si muove barcollando, sembra appena uscito dall’osteria del vicolo . Si guarda intorno circospetto, si capisce che è assettato perché punta la fontana.  E’ indeciso, sono io l’ostacolo, la mia presenza lo frena. Ho afferrato il messaggio e mi sposto. Siccome vedo che non è abbastanza per soddisfare la sua diffidenza di randagio, mi sposto ancora non senza prima sussurrargli  con dolcezza  che, se preferisce me ne torno su a casa! 
Ha capito l’ironia ed ora è alla fontana e beve con avidità, sembra che voglia prosciugarla. Dalla dovuta distanza, osservo tutta la scenetta che trovo bellissima,e mi congratulo un po’ per la mia collaborazione, come una crocerossina che ha aiutato qualcuno in difficoltà. Ora il micio è appagato e se ne torna al suo alloggio. Anch’io mi riguadagno la panchina con le mie suppellettili e, per solidarietà,mi disseto con la bottiglia d’acqua che ho in borsa.
Dopo questo singolare e delizioso episodio,decido di riprendere la lettura di ‘’Memoria del vuoto’’ raccontato da Marcello Fois con la sua avvincente maestria di scrittore e poeta. Dentro questa lettura mi ci ritrovo perché tutto avviene in luoghi a me familiari e ne riconosco la contemporaneità e la psicologia del pensiero.     
….Samuele. Quel nome spezza il silenzio, e spezza il petto in due. Come se il cuore fosse una pagnotta da condividere…..
 Queste parole e queste immagini, anche a me ,spezzano il cuore. Questa non è una storia qualunque come l’ ‘anzone’ piovuto dal cielo e che si schianta nel cortile di Samuele. Nessuno sa spiegarsi l’avvenimento, quando arriva Totore Cambosu, lui è cacciatore e conosce le cose segrete della natura . Dice di stare calmi.  La questione qua è di rapaci: un aquila reale ha afferrato l’agnello che poi ha mollato  in volo per via del peso eccessivo e il dimenarsi disperato dello stesso…
Ma qui ,nella piazza della Misericordia, non è questione di agnelli né di rapaci. Qui  dopo un sibilo che sfonda i timpani è arrivato un boato che ha squarciato l’aria e insieme il silenzio in mille pezzi e, non era un uccello, però le ali le aveva, ma erano di metallo. Io non l’ho capito subito, sono stati i vigili del fuoco a spiegarmi tutto in ospedale… Uno dei pompieri mi ha trovata rannicchiata dietro la panchina spaventata ma non ferita. Non ricordo come ci son finita, ma è probabile che l’istinto di sopravvivenza abbia operato per me. E’ certo che ha funzionato, se sono qui a raccontarvelo.                                                                                                                                                                                                                                  Il libro di Marcello lo tenevo ancora stretto in mano anche mentre ‘dormivo’ clandestinamente nel mio rifugio antiatomico, priva di coscienza. La testata della panchina mi ha protetto dalle schegge metalliche come uno scudo che ricaccia indietro i proiettili. Misericordia! L’ho scampata bella! Il barelliere che  mi ha portato via dal pseudo campo di atterraggio non è riuscito a togliermi di mano il libro, cosa che  lo ha incuriosito sino a chiedermene la ragione in seguito. Ma non ho trovato ragione alcuna.  Giusto per non lasciarvi all'oscuro della dinamica dei fatti e dei motivi per cui la piazza sia stata scambiata per un area di atterraggio…E’ successo, mi spiega il pompiere, che due ragazzi di belle speranze ma di poco cervello,novelli iscritti alla scuola di aviazione si siano introdotti, non visti, nell'hangar appena fuori città e  approfittando della mancata sorveglianza si sono appropriati di un veicolo per provare l’ebbrezza del primo volo. Il piccolo aereo, mal guidato, dopo essersi alzato in volo per qualche tempo ,ha poi perso quota e il risultato è quello che  conosciamo.
E i due passeggeri? Gli chiedo: Miracolosamente illesi e sospesi fra i rami degli alberi della Piazza della Misericordia. I due ragazzi devono aver visto la morte in faccia quindi  si sono decisi per il lancio acrobatico quando l’aereo era ancora in aria, poi il veicolo si è schiantato sulla mia pacifica piazza. Certo, l’atterraggio non era stato studiato a tavolino,e neanche la salvezza degli incauti trasvolatori.  Chissà , forse lo zampino della Misericordia ha interferito sul destino dei due…chissà. Per vedermi un po’ sorridere, il pompiere mi ha raccontato che nei pressi del disastro hanno trovato un  gatto, mezzo morto, ma vivo e un suo collega se lo è portato a casa, lo ha adottato. Beh, è riuscito in pieno a farmi sorridere!’ Eureka’!  Mi è sfuggito. A volte, le espressioni verbali d’impeto, sono un condensato di emotività,una sintesi velocissima del pensiero, o meglio il suono delle corde del cuore, senza scomodare il cervello e le elaborazioni ragionate.     
E’ la magia di un istante di felicità che funziona meglio dell’aspirina. E se questo momento di felicità ha un suo costo, ben venga un giorno ‘rovente’.                                             
Il grande uccello di metallo non ha prodotto orfani e un gattone assettato grigio e panna ha trovato una famiglia. Chiedo al pompiere la cortesia di farsi voce per me col  medico che io sto benissimo e desidero solo tornare a casa.  Tra le righe, ho lasciato Samuele Stocchino appeso a un dirupo roccioso e Mariangela,anche lei dispersa e non più cercata, lo tiene in vita strappandolo alla roccia fragile. Una tragedia sfiorata ha dato  in essere a un incontro che sarebbe durato, nel  bene e nel male,per il resto della loro vita. Una squadra di pompieri sta già ripulendo la piazza della Misericordia, notizia fresca fresca, dal mio pompiere tutore e salvatore . Arriva anche il medico che mi ha sotto osservazione: Domattina sarò dimessa, tornerò alle cose che ho lasciato in sospeso.  E chi mai mi accompagnerà a via Giovenale a due passi dalla Misericordia, e….oltre? (d’altronde anche mio nonno era pompiere)  Scusate se faccio confusione tra la piazza della Misericordia e la piazza dei Miracoli, per favore, concedetemi qualche sovrapposizione momentanea!   
                                                                                                                        Gabri                             

                                                                                                               

lunedì 2 giugno 2014

E ORA DAMMI LE PAROLE

  La notte dell'eccidio la luna piena, grassa e sudata,se n'era stata appollaiata per ore sulla  schiena delle montagne.  Pochi fili di nubi facevano l'effetto di capelli scomposti sulla sua fronte. Se n'era stata così la luna, a bersi l'orizzonte frastagliato come il bordo di un guscio d'uovo spaccato in due,pigra d'una pigrizia quasi Morte, quasi fosse al primo sonno.                                        Poi, a un certo punto, si era sollevata,indolente,alitando contro la terra.                                             Una luna antica che, arcuata la schiena per sgranchirsi nel silenzio e cominciare con ritardo il suo turno,si era spalancata allo sguardo degli insonni.                                                                                  Così aveva iniziato a scialbare la campagna solleticando il pelo fosforescente delle bestie e facendo scintillare le foglie d'erba come rasoi.                                                                                        Aveva attraversato le vigne incidendo contro la lastra del cielo un nero Golgota di piante crocifisse. Poi era passata in paese come giungendoci per caso, viaggiatrice distratta,per rendere febbrile di luce il rosso dei tetti. E penetrò nella malta dei selciati per farla preziosa d'argento, e scelse muri immacolati perché la riflettessero. Illuminò gli amplessi , oh se lo fece! Quelli leciti e quelli illeciti ferendo con scudisciate di bianco la pelle degli amanti, infilandosi nelle fessure delle porte chiuse, insinuandosi fra le tende che si sfioravano, schizzando dagli sfiatatoi delle imposte accostate. Più in là ,dove il terreno è sempre grasso di vermi, fece brillare le tombe di marmo come specchi ustori e abbatté al suolo nerissime ombre di cipressi sull'attenti ai bordi dei viali,
per farle colare sui marciapiedi. Ah, una luna maledetta!  Che sussurrava sventure, la notte dell'eccidio.                                                                                                                                                 Marcello Fois            Memoria del vuoto   


  


 

lunedì 19 maggio 2014

CIAO ROMEO

Ciao Romeo
Se non sai o non puoi difenderti, gli altri ti adottano come preda e ti uccidono nell'animo e nel fisico. La belva che c'è in te si risveglia quando la preda è facile, ma se il nemico è più forte,sei un perdente che striscia... Capita tra gli umani !  
Romeo, nel silenzio dei suoi occhi spenti, ha vissuto questa forma di iniquità umana, quella gratuita, sporca e vile.  
La tigre dai connotati felini, un suo simile dirimpettaio, lo ha malmenato e morso sino a determinarne la morte. Romeo non ha potuto difendersi perché per lui il nemico era invisibile. 
Credo che gli sia stato più dolce morire che vivere.  
Romeo era docile e tenero e con i suoi occhi azzurri, ma inerti,chiedeva carezze lungo la schiena e sotto il mento e, ronfava deliziato, poi accennava alla porta per uscire in giardino appagato, e non aveva bisogno di occhi per questo.   
Ciao Romeo, voglio pensare che il tuo morire  di qua, sia come un nascere  altrove, dove c'è meno buio!               G.