lunedì 2 giugno 2014

E ORA DAMMI LE PAROLE

  La notte dell'eccidio la luna piena, grassa e sudata,se n'era stata appollaiata per ore sulla  schiena delle montagne.  Pochi fili di nubi facevano l'effetto di capelli scomposti sulla sua fronte. Se n'era stata così la luna, a bersi l'orizzonte frastagliato come il bordo di un guscio d'uovo spaccato in due,pigra d'una pigrizia quasi Morte, quasi fosse al primo sonno.                                        Poi, a un certo punto, si era sollevata,indolente,alitando contro la terra.                                             Una luna antica che, arcuata la schiena per sgranchirsi nel silenzio e cominciare con ritardo il suo turno,si era spalancata allo sguardo degli insonni.                                                                                  Così aveva iniziato a scialbare la campagna solleticando il pelo fosforescente delle bestie e facendo scintillare le foglie d'erba come rasoi.                                                                                        Aveva attraversato le vigne incidendo contro la lastra del cielo un nero Golgota di piante crocifisse. Poi era passata in paese come giungendoci per caso, viaggiatrice distratta,per rendere febbrile di luce il rosso dei tetti. E penetrò nella malta dei selciati per farla preziosa d'argento, e scelse muri immacolati perché la riflettessero. Illuminò gli amplessi , oh se lo fece! Quelli leciti e quelli illeciti ferendo con scudisciate di bianco la pelle degli amanti, infilandosi nelle fessure delle porte chiuse, insinuandosi fra le tende che si sfioravano, schizzando dagli sfiatatoi delle imposte accostate. Più in là ,dove il terreno è sempre grasso di vermi, fece brillare le tombe di marmo come specchi ustori e abbatté al suolo nerissime ombre di cipressi sull'attenti ai bordi dei viali,
per farle colare sui marciapiedi. Ah, una luna maledetta!  Che sussurrava sventure, la notte dell'eccidio.                                                                                                                                                 Marcello Fois            Memoria del vuoto   


  


 

lunedì 19 maggio 2014

CIAO ROMEO

Ciao Romeo
Se non sai o non puoi difenderti, gli altri ti adottano come preda e ti uccidono nell'animo e nel fisico. La belva che c'è in te si risveglia quando la preda è facile, ma se il nemico è più forte,sei un perdente che striscia... Capita tra gli umani !  
Romeo, nel silenzio dei suoi occhi spenti, ha vissuto questa forma di iniquità umana, quella gratuita, sporca e vile.  
La tigre dai connotati felini, un suo simile dirimpettaio, lo ha malmenato e morso sino a determinarne la morte. Romeo non ha potuto difendersi perché per lui il nemico era invisibile. 
Credo che gli sia stato più dolce morire che vivere.  
Romeo era docile e tenero e con i suoi occhi azzurri, ma inerti,chiedeva carezze lungo la schiena e sotto il mento e, ronfava deliziato, poi accennava alla porta per uscire in giardino appagato, e non aveva bisogno di occhi per questo.   
Ciao Romeo, voglio pensare che il tuo morire  di qua, sia come un nascere  altrove, dove c'è meno buio!               G. 

giovedì 20 marzo 2014

LA FOCACCIA

LA FOCACCIA  
Ero in viaggio. Il paesaggio in mezzo al quale mi trovavo era di una grandezza e nobiltà irresistibile. Certo in quel momento avvenne qualche cosa nell'anima mia. I miei pensieri volteggiavano leggeri come l'aria; le passioni volgari, quali l'odio e l'amore profano, ora mi parevano remote come le nuvole che sfilavano in fondo agli abissi sotto i miei piedi; la mia anima mi pareva vasta e pura come la volta del cielo che mi avvolgeva ; il ricordo delle cose terrestri non mi giungeva che fioco e sminuito, come il suono dei campani delle impercettibili mandre che pascolavano lontano lontano, sul versante d'un' altra montagna. Sull'immobile laghetto, nero della sua immensa profondità, passava a volte l'ombra di una nuvola, quasi riflesso del mantello di un gigante aereo che volasse per il cielo. E ricordo che codesta sensazione solenne e rara,provocata da un grande movimento perfettamente silenzioso, mi riempiva l'animo di una gioia mista a paura. Insomma, grazie all'entusiasmante bellezza che mi circondava,mi sentivo perfettamente in pace con me stesso e con l'universo; credo persino che,in codesta perfetta beatitudine e totale dimenticanza d'ogni male terrestre, ero indotto a non più considerare talmente ridicoli i giornali i quali pretendevano che l'uomo è nato buono, quando, l'inguaribile materia rinnovando le sue pretese,provvidi a riparare alla fatica e a soddisfare l'appetito provocato da cosi' lunga  ascensione. Mi cavai di tasca un bel pezzo di pane, un bicchiere di cuoio e una fiaschetta di un certo elisir che in quei tempi i farmacisti vendevano ai turisti per mescolarlo con l'acqua di neve. Mi affettavo tranquillamente il pane,allorché un lievissimo rumore mi fece alzar gli occhi. Mi stava davanti un esserino lacero, scarmigliato;con gli occhi incavati, selvatici e come supplichevoli, divorava il pezzo di pane. Lo sentii sospirare, con voce bassa e rocca,la parola' focaccia'! Non potei trattenermi dal ridere udendo l'appellativo col quale graziosamente onorava il mio pane quasi bianco, e gliene tagliai e offrii una bella fetta. Si avvicinò adagio, senza distogliere gli occhi dall'oggetto della sua brama; poi,afferrando il pane con la mano, si ritrasse svelto svelto, come se temesse non sincera la mia offerta e che già me ne fossi pentito. Ma in quello stesso momento fu buttato a terra da un altro selvatico,uscito chissà da dove, e così simile al primo che lo si sarebbe preso per suo gemello. S'avvoltolarono insieme per terra,contendendosi la preziosa preda; nessuno era disposto a sacrificarne una metà al proprio fratello. Esasperato, il primo afferrò l'altro per i capelli; questi gli addentò l'orecchio, e ne sputò un pezzo insanguinato, con una magnifica bestemmia dialettale. Il legittimo proprietario della focaccia tentò di affondare le piccole unghie negli occhi dell'usurpatore; costui con tutte le forze si mise a strozzare l'avversario con una mano, mentre con l'altra cercava di cacciarsi in tasca il premio della lotta. Ma, rianimato dalla disperazione,il vinto si raddrizzò e con una zuccata nello stomaco fece ruzzolare per terra il vincitore. Ma a che descrivere quell'ignobile lotta che in verità durò più a lungo di quanto parevan promettere le loro forze infantili? La focaccia passava di mano in mano e cambiava tasca ogni momento;ma ahimè! cambiava di volume, e quando finalmente, spossati, ansanti e sanguinanti, si fermarono incapaci di continuare,non c'era ormai più motivo alcuno di battaglia; il pezzo di pane era scomparso,s'era disperso in briciole simili ai granelli di sabbia ai quali s'era mescolato. Lo spettacolo m'aveva offuscato il paesaggio, e la calma gioia in cui l'anima mia si deliziava prima di vedere quegli omiciatoli era del tutto scomparsa;ne conservai tristezza piuttosto a lungo, e senza posa mi andavo ripetendo: C'è dunque uno stupendo paese dove il pane si chiama 'focaccia' leccornia così rara che basta a far nascere una guerra perfettamente fratricida!

venerdì 28 febbraio 2014

SEMOLA

 SEMOLA  

L'olimpo politico è un labirinto dove tutti vogliono entrare e nessuno ne vuole uscire, ben allacciati alle cinture delle poltrone.  Arianna è deserta di aspiranti al cancello di uscita. Ma ora c'è Matteo il 'Semola' della leggenda che cerca la spada nella roccia che è proprio a San Galgano, vicino casa sua. Ma la strada è impervia, tutta in salita e gli ostacoli molteplici. I Saggi elucubrano soluzioni nella babele dei conti : la coperta se la tiri di sopra scopri di sotto. Sfido i cervelli sopraffini di Pitagora o di Archimede a venirne a capo nei meandri del 'Palazzo' Ma ora c'è Semola! lui estrarrà la spada dalla roccia,sarà il 'Deus ex macchina' colui che salverà il paese dalle sabbie mobili dove fatalmente affonda da tempo immemorabile.                             Finalmente sei arrivato !  Ti stavo aspettando !                                                                                             Mi chiamo Silvio, e questo è Dudù.  Piacere, io sono Matteo ma tutti mi chiamano Semola.                           Dopo i convenevoli, Silvio gli mostra una cosa rotonda. Ma che cos'è?  Ah sei curioso ! E' un mappamondo,mio caro ragazzo, la rappresentazione in piccolo della terra ! Guardalo, figliolo , un giorno sarà tuo ! (se fai come dico io)                                                                                                                             
SPECCHIETTO ovvero l'aria che tira :     
Nel grafico dell'organigramma della politica italiana le ascisse e le ordinate  sono impazzite, s'intersecano e si incrociano all'infinito nel caos delle spese, debiti, rapine, concussioni, evasioni, ruberie, truffe, privilegi ,favoritismi , manipolazioni  etc etc . Questo è quanto percepito da milioni di cittadini : un colossale brodo primordiale !      
Io, se rinasco, ci rinuncio. 
Semola, chiedi aiuto a Merlino !                         


           


martedì 11 febbraio 2014

Come imparare a essere morto.

COME IMPARARE A ESSERE MORTO.
Il signor Palomar decide che d'ora in poi farà come se fosse morto, per vedere come va il mondo
senza di lui. Da un po di tempo s'è accorto che tra lui e il mondo le cose non vanno più come prima;
se prima gli pareva che s'aspettassero qualcosa l'uno dall'altro, lui e il mondo, adesso, non ricorda più
cosa ci fosse da aspettarsi, in male o in bene, né perché questa attesa lo tenesse in perpetua agitazione
ansiosa.                                          
                                                                                Palomar                                                                

Non si deve confondere l'essere morto col non esserci.

sabato 28 dicembre 2013

Il bello della parola indiretta

bello della parola indiretta
Le parole dovrebbero dare il massimo della visibilità e costruire l’immagine del pensiero che hai in mente impregnandolo della accezione che desideri dargli.
Puoi conferirgli la forza di un macigno o la leggerezza di una piuma. Naturalmente l’immagine deve essere prima nella tua testa per poi confezionargli,con le espressioni verbali adeguate, la visibilità suggestiva che desideri,secondo il tuo inconscio individuale, lo stato d’animo,insomma il tuo momento trascendentale.
Il vero problema è la varietà del repertorio delle immagini e delle parole di cui ognuno di noi dispone interiormente e che vuol far comunicare a se o agli altri.
La letteratura è piena di esimi cultori della ‘parola’,pensiamo ai poeti:
U. Saba esprime la sua solitudine con l’immagine di quattro capriole di fumo del suo focolare.

Ungaretti raffigura la guerra con la simbologia di un albero che in autunno, ad una ad 
 una perde le foglie, ossia i soldati che cadono,e dove l’autunno personifica il buio e la tristezza nel cuore degli uomini,e, con essa, l’insignificanza della guerra, tema che ha reso visibile con semplici ‘parole’.
per non dire di Leopardi o di Montale o di Kafka scrittore,e mille altri.
Naturalmente questi sono talenti ispirati che di tali virtù hanno riempito le antologie.
Ma,l’uso della parola non è solo prerogativa dei grandi. La ‘parola’ è democratica, chiunque può avvalersi di questo strumento e realizzare castelli in aria, paradossi, architetture, caricature quante ne vuole, non ci sono inibizioni, e non è necessario essere poeti o scrittori ma semplicemente ‘persone’. 
Detto questo, anch’io voglio inventare un linguaggio speciale con le ombre e le luci giuste.    Un linguaggio con le ali insomma. 
Voglio scrivere come raggi diretti, intinti nell’inchiostro, anzi mi berrò direttamente il calamaio, e sarà come un commutare le immagini che ho in testa, in parole  superiori alle immagini stesse.
Beh, ci vorrà del tempo però.  I desideri son……
Forse, sono i sogni che son desideri!   Mi pare.

Gabri

sabato 14 dicembre 2013

'A cunsegna

' A cunsegna 
'A sera quanno ' o sole se ne trase
e da 'a cunsegna a luna p'a nuttata,
lle dice d'intro 'a recchia: I' vado a casa:
T'arrecumannu tutt'e nnammurate'
Totò